The Running Man: la recensione dell'action di Edgar Wright da Stephen King

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The Running Man: la recensione dell'action di Edgar Wright da Stephen King

Ci sono almeno tre film diversi in uno nel nuovo The Running Man di Edgar Wright, che riporta al cinema in una versione più fedele quasi 40 anni dopo L'implacabile il romanzo di Bachmann/King L'uomo in fuga.

La recensione di Daniela Catelli., che rientra nel filone action hero kitsch e pop tipico di quel decennio ed era un veicolo modellato sul protagonista,, tipici di chi lo ha visto e amato in giovanissima età, poi c'è la trasposizione più fedele al libro e infine, su tutto, grazie alla personalità del regista. questo, uno dei registi più versatili, appassionati e abili in circolazione, capace di passare con eguale efficacia dal fumetto alla commedia, all'horror e all'action, con un'ironia e una conoscenza del cinema da vero “film buff”. Il suo, insomma, è un film che in parte spiazza, diverte ed esalta lo spettatore nei suoi momenti migliori, non dà un attimo di respiro, scorre benissimo , ha un ottimo cast ed è accompagnato dalla colonna sonora che ci aspettiamo da un musicofilo come lui, composta da una compilation di canzoni da ascoltare in loop, tipica del cinema di un regista che dà altrettanta importanza alla musica che alle immagini, sapendo che creerà il giusto mood per godersi lo spettacolo.prima maniera? La risposta, per noi, è no. Non ha la tensione, il ritmo e la profondità delle sue opere migliori, soprattutto in ambito distopico . Ciò non toglie che la sua rilevanza, pure nell'ambito del genere, sia molto attuale ed è resa molto meglio nel film di Wright che nel romanzo. Del resto è semplice notare i parallelismi con la realtà odierna e la società americana di stampo trumpiano , così drammaticamente divisa tra ricchi e reietti, bianchi e tutti gli altri, in un mondo inquinato e spietato, dove la tv ha fatto da tempo il lavaggio del cervello alle masse facendo leva sugli istinti peggiori dell'uomo, la censura e la manipolazione sono pane quotidiano come le fake news e le bugie di stato, e chi non può comprarsi le medicine crepa, adulto o bambino che sia, nell'indifferenza generale. Tutto questo, però ,nel romanzo è solo lo sfondo su cui il protagonista si muove: il Ben Richards di King è un giovane uomo magro e quasi tubercolotico, disoccupato perché ribelle all'autorità, un improbabilissimo eroe la cui moglie è costretta a prostituirsi per pagare le medicine alla bambina malata e che nel finale si sacrifica come Sansone, portando con sé i filistei dell'onnipresente Network dei reality estremi. E' merito di Wright aver arricchito questa traccia dandogli forma e colore e costruendogli attorno un mondo che King non descrive con la sua consueta meticolosità: ad esempio i Cacciatori non sono così presenti, gli altri giochi non sono così accennati, il personaggio antisistema die così via. 2L'uomo in fuga", a differenza di altre opere di King, è stato scritto di getto in una settimana ed è il prodotto ancora grezzo di uno scrittore giovane e pieno di rabbia e voglia di rivincita, che ha scelto uno pseudonimo per ottenerla. Per renderlo più spettacolare gli autori si sono rifatti in parte proprio a, anche se questo inventava una trama totalmente diversa dove l'eroe era un ex militare incarcerato per non aver voluto sparare sulla folla inerme. Hanno ripreso l'idea del personaggio muscoloso, disperato perché, a differenza del Ben Richards di, ha una famiglia da proteggere, e hanno aggiunto un umorismo che nel romanzo è piuttosto labile perché il protagonista è e resta senza speranza, nonostante l'incontro con i ragazzi neri gli abbia dato un barlume di coscienza"ecologica".è l'action hero 2.0., perfetto per la parte, credibile come combattente, col physique du role giusto e la mascella forte, coadiuvato da un buon cast su cui spiccano il solito solidoPer chi ha letto i romanzi distopici e soprattutto visto i film del genere c'è tuttavia un inevitabile senso dicompie un piccolo miracolo, rendendo fresco e nuovo un tema che ormai non stupisce neanche più, visto che la realtà assomiglia in modo sempre più impressionante alla fantasia. La visione del film è molto godibile, anche se intuiamo che per avere il budget necessario il regista abbia dovuto cedere a qualche compromesso: la moglie di Ben qua non si prostituisce ed è nera, Laughlin, il compagno di gioco in The Running Man , qui è donna ed è lesbica, ed alcuni attori offrono il necessario tasso di inclusività e il lieto fine contraddice quello piùdel libro . Ma sono cose a cui ormai siamo abituati: in fondonon ha la pretesa di essere più di quello che è, ovvero un ottimo spettacolo cinematografico con un sottofondo di verità e un omaggio al cinema d'azione, e se Parigi val bene una messa, come disse Enrico IV per cose un po' più serie, un film ben fatto può valere anche qualche concessione ai tempi che corrono.

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