L’ultima firma al ponte di Genova che rinasce la metterà un’impresa cuneese. È la Giuggia costruzioni di Villanova Mondovì. I suoi operai sono sul Polcevera da giorni: autisti, tecnici, operativi e una task force di un’ottantina di persone. Insieme a loro, da Mondovì, è arrivato anche un lungo «treno» di 200 camion, per 6000 tonnellate di materiale, che si è dovuto mettere in coda nell’inferno da bollino rosso delle autostrade liguri. Con un’incognita non da poco: il bitume destinato a rivestire il lungo nastro d’asfalto del ponte ha respiro breve. Quattro ore al massimo e non ne fai più niente. Per fortuna è arrivato sano e salvo. Un ponte questo diverso da tutti gli altri: dove ci sarebbero voluti anni ne è bastato uno, un architetto come Renzo Piano e l’Italia del fare. Così una settimana fa l’opera è passata in mano ai Giuggia per l’ultimo ritocco: l’asfalto. Deve rispondere a una formula ben precisa: un determinato livello di aderenza dello strato superiore e una composizione chimica con dentro materiale plastico riciclato. Il primo step si sta per concludere: «La sequenza di posa è iniziata da metà della carreggiata di monte con i camion, ciascuno con 300 quintali di materiale, che hanno percorso il ponte da ovest ad est -spiega l’ad Paolo Giuggia-. Poi è stato posato lo strato impermeabile che ha tinto di nero la soletta in calcestruzzo e sopra questo il blinder spesso sette centimetri». Quando l’azienda consegnerà il lavoro, entro fine luglio, il ponte più atteso d’Italia sarà pronto. E la prima cosa bella dopo tanta tragedia è anche una lezione. Parola di chi lo ha creato, Renzo Piano: «I ponti non devono crollare. E questo sarà paesaggio e vita: non parlerà di noi che l'abbiamo fatto ma di chi ci passerà sopra e di chi ci passeggerà sotto. Lo sento già amato e accudito dagli sguardi futuri». Tutti sanno che quel ponte va oltre la sua storia: «Percepisco ogni giorno l’orgoglio dei nostri operai di lavorarci sopra» aggiunge Giuggia. Ha visto e completato mol
L’ultima firma al ponte di Genova che rinasce la metterà un’impresa cuneese. È la Giuggia costruzioni di Villanova Mondovì. I suoi operai sono sul Polcevera da giorni: autisti, tecnici, operativi e una task force di un’ottantina di persone. Insieme a loro, da Mondovì, è arrivato anche un lungo «treno» di 200 camion, per 6000 tonnellate di materiale, che si è dovuto mettere in coda nell’inferno da bollino rosso delle autostrade liguri.
Così una settimana fa l’opera è passata in mano ai Giuggia per l’ultimo ritocco: l’asfalto. Deve rispondere a una formula ben precisa: un determinato livello di aderenza dello strato superiore e una composizione chimica con dentro materiale plastico riciclato.
Quando l’azienda consegnerà il lavoro, entro fine luglio, il ponte più atteso d’Italia sarà pronto. E la prima cosa bella dopo tanta tragedia è anche una lezione. Parola di chi lo ha creato, Renzo Piano: «I ponti non devono crollare. E questo sarà paesaggio e vita: non parlerà di noi che l'abbiamo fatto ma di chi ci passerà sopra e di chi ci passeggerà sotto. Lo sento già amato e accudito dagli sguardi futuri».
Ma qualsiasi cosa diventerà quel ponte non chiamiamolo più Morandi. E non ponte, ma quel che è: un viadotto. L’invito in questo caso arriva da un altro precursore di tempi: Renato Maurino, l’architetto di Ostana che ha rivoluzionato l’estetica alpina: «Quel capolavoro va intitolato a lui, a Renzo Piano e alla sua potenza creativa senza limiti».
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