Settimana calda per il braccio di ferro tra banche e Poste sui pagamenti. La vicenda è stata innescata da un articolo inserito nel decreto legge Pnrr che prevede la vendita della piattaforma per una quota non inferiore al 51 per cento del capitale al Poligrafico dello Stato e per il resto a Poste Italiane.
Si apre una settimana calda per il settore dei pagamenti. Poste Italiane da una parte. Banche, circuiti di pagamento e Fintech dall’altra. Sono pronti a scendere in campo per difendere il proprio punto di vista su come dovrebbe evolvere la governance, e dunque il controllo azionario, della piattaforma dei pagamenti verso la pubblica amministrazione, PagoPa, oggi interamente controllata dallo Stato.
La vicenda è stata innescata da un articolo inserito nel decreto legge Pnrr che prevede la vendita della piattaforma per una quota non inferiore al 51 per cento del capitale al Poligrafico dello Stato e per il resto a Poste Italiane. Una scelta che ha messo in allarme tutti i soggetti diversi da Poste, i quali l’ad del gruppo dei recapiti, Matteo Del Fante, ha quantificato in 408 operatori diversi. Ognuno di loro fa transitare i propri clienti da PagoPa per i pagamenti digitali verso la pubblica amministrazione. La preoccupazione è legata al fatto che uno di questi operatori, Poste Italiano, possa diventare al contempo anche azionista e possa vedere tutti i dati relativi alle transazioni oltre che modificare le commissioni sulle operazioni. La settimana che si apre sarà calda perché mercoledì 20 marzo è prevista la presentazione del piano industriale di Poste Italiane . In quell’occasione gli investitori porranno domande al management su prospettive e criticità dell’operazione PagoPa. Nello stesso giorno è convocato il comitato esecutivo dell’Abi che dovrà esaminare il dossier. L’associazione bancaria ha dato incarico a uno studio legale specializzato di approfondire l’operazione dal punto di vista giuridico. Al contempo, però, ha elaborato un intervento scritto per l’audizione in Parlamento in vista della conversione del decreto Pnrr. Un documento nel quale vengono messi in evidenza gli elementi di non chiarezza dell’operazione e le criticità per banche e altri intermediari che sono obbligati a passare dalla piattaforma per le transazioni con la Pa. Quella piattaforma ha raggiunto le dimensioni e l’efficienza che ha oggi grazie a un lavoro che si è concentrato negli ultimi 3-4 anni. Gli istituti di credito, che in una fase iniziale erano reticenti a entrare, si sono via via convinti a operare sulla piattaforma perché era nata come soggetto pubblico. Le banche hanno fatto importanti investimenti per operare con velocità e sicurezza. La cessione prevista dal decreto Pnrr è vista come qualcosa che snatura il progetto. Il documento scritto per l’audizione potrebbe inviato in Parlamento e essere diffuso a inizio settimana, prima dell’esecutivo di mercoledì. L’ad di Poste Italiane ha un punto di vista diverso e lo ha raccontato in occasione dell’audizione in parlamento di mercoledì 13 marzo. Sulla cessione di PagoPa al Poligrafico e a Poste “ne abbiamo sentite di diverse in questi giorni. C’è un provvedimento di legge che parla di un azionista di maggioranza, il Poligrafico, posseduto al 100% dallo Stato, e quindi forse la domanda andrebbe fatta direttamente al Poligrafico”, ha detto Del Fante. “Noi possiamo garantire al mercato la riservatezza dei dati”, ha aggiunto ricordando come Poste abbia gestito 1 miliardo di transazioni su Spid, e in quel caso “nessuno si è mai posto il problema della riservatezza”. Il manager ha poi ricordato gli accordi di distribuzione in essere con le banche per vendere mutui e prestiti di terzi agli sportelli postali. “Lavoriamo con le banche assieme da più di 20 anni. Noi per legge non possiamo distribuire, fare credito, fare prestiti, ma dal 2002 distribuiamo prestiti di istituzioni finanziarie, quindi un nostro cliente che entra in ufficio postale e vuole un prestito al consumo noi lo analizziamo, poi prendiamo il cliente e lo passiamo alla banca. Abbiamo fatto 48 miliardi di operazioni, e 4 milioni di italiani hanno beneficiato della nostra presenza territoriale. In quel caso il problema di riservatezza dovremmo averlo noi. Ma non abbiamo mai avuto in 22 anni il benché minimo problema”. Del Fante ha aggiunto che a Paga Pa “è un circuito di pagamento su cui siamo assestati in 409 fornitori di servizi. Non c’è nessun interesse per definizione, chiunque sia il proprietario di quel circuito, a minimizzare la portata del circuito di pagamento stesso”. Per Poste Italiane, dunque, il cambiamento proprietario non cambierà le condizioni per chi opera sulla piattaforma. La domanda che si fanno gli altri player, tra i quali anche i circuiti internazionali delle carte di credito, a fronte di simili rassicurazioni è: qual è allora l’interesse che spinge Poste a spendere soldi per comprare la piattaforma? Come pensa di rientrare per l’investimento fatto? E’ vero che il Dl Pnrr prevede che la vendita segua una singolare procedura, e cioè una valutazione fatta con gli acquirenti, per cui l’investimento potrebbe rivelarsi molto limitato. Resta, comunque, il fatto che una spesa ci sarà. Alcuni ricordano come la prospettiva di una privatizzazione ulteriore di Poste possa contemplare questa operazione come un sistema per aumentare il valore della società dei recapiti. La competizione tra banche e Poste Italiane non è comunque una storia di questi giorni. La presenza nel settore dei servizi finanziari, la raccolta del risparmio postale agli sportelli rende il gruppo dei recapiti un competitor naturale delle banche, peraltro senza avere gli stessi limiti in termini di requisiti prudenziali perché le Poste non possono erogare credito. Negli ultimi tempi, però, i punti di frizione sono aumentati. Qualche anno fa, con una legge finanziaria, fu stabilito che fosse affidato senza gara il servizio di tesoreria del Comuni sotto i 5 mila abitanti alle Poste. Una scelta politica che ha scaldato parecchio gli animi dei banchieri. E ancora: la quasi esclusiva dei pagamenti verso la Pa attraverso i bollettini postali, in passato, era visto come un indebito monopolio a favore di Poste. La nascita di PagoPa aveva riportato la concorrenza nel settore dei pagamenti digitali. Ad avviso di banche e circuiti di pagamento, però, l’ingresso di Poste nel capitale della piattaforma potrebbe ricostituire nei fatti il vecchio monopolio.
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