Ange Capuozzo è nato francese, è anche italiano, ha la madre con le radici in...
Ange Capuozzo è nato francese, è anche italiano, ha la madre con le radici in Madagascar, viscere napoletane che si dannano pure per l’azzurro calcistico, un nome corso che non ha idea da dove sia arrivato.
A ventisei anni ha anche uno stadio intitolato a lui, a Le-Pont-de-Claix dov’è cresciuto, e un figlio, Charles. I bisnonni paterni emigrarono, la famiglia però non ha mai perso il contatto emotivo con l’Italia. Insomma, eccolo qui che si riprende da un infortunio pesantissimo, segna in accelerazione con il Tolosa, la squadra di club, cade e si rialza, zoppica e si rilancia, raggiunge la Nazionale. Quella italiana, della quale da tre stagioni è l’uomo del giorno, dei molti giorni. Fabio Roselli lo chiamò nell’Under 20, nel Sei Nazioni esordì con due mete alla Scozia e l’assist vincente contro il Galles. Dice: «È tutto alle spalle. Devo solo orientarmi in un inizio di stagione diverso dal solito. Trovare i tempi giusti per essere in forma quando conta». Sabato a Udine c’è il test con l’Australia . L’Italia l’ha battuta per la prima volta nel 2022, appunto, e Capuozzo segnò. Una volta l’Australia era temuta per il gioco spettacolare, veloce e larghissimo. Si diceva che affrontarla era come cercare di afferrare il vento. Oggi è una squadra diversa, ma a Capuozzo, trequarti multiuso, poco sembra cambiato rispetto a quei tempi, o a tre anni fa. Lui, se starà bene, dovrà pur sempre teletrasportarsi oltre la linea difensiva. Una freccia scagliata contro il vento. Capuozzo, l’esperto è lei. Come si batte l’Australia? «Loro vogliono vincere. Noi anche. Sono una formazione di livello altissimo. Dobbiamo reggere l’urto fisico e vincere le battaglie delle mischie aperte. In realtà l’Australia ha conservato la sua identità: azioni rapide, uno o due passaggi al massimo per aprire la strada. Tutti hanno capito che le partite si giocano nelle mischie aperte e nella guerra aerea ed è lì che dobbiamo andare a lottare». L’Italia invece com’è cambiata dall’esordio di Capuozzo a oggi? «Nell’energia e nella determinazione, che crescono di continuo. Per il resto, è il rugby a essere in continuo movimento. Entrano in ballo nuove regole che costringono tutti a rivedere gli schemi». L’unica costante è che l’Italia resta in eterno una promessa. «Questo è ingeneroso. Venticinque anni di storia nel Sei Nazioni e ci battiamo con nazioni che sono lì da un secolo. Le giovanili hanno cambiato passo, adesso ci vorranno cinque o dieci anni di ragazzi che giocano a rugby per avere un movimento da vertice. Intanto, quanto a organizzazione e struttura stiamo già vincendo». È nato in Francia, gioca in uno dei club più prestigiosi. Perché ha scelto la Nazionale italiana? «Io non ho scelto niente. L’allenatore mi ha chiamato, ho detto sì perché nel mio cuore sono anche profondamente italiano. La Nazionale è molto più grande di chiunque di noi». Magari la pensassero tutti così. Persino a Sinner qualcuno rinfaccia l’accento. «Quando rappresentiamo l’Italia, diamo il cento per cento per l’Italia. È più italiano uno che si consuma dentro la maglia azzurra quando gioca o uno che si risparmia, da qualunque parte del mondo arrivi?». Perché proprio il rugby? «Perché ho trovato qualcosa che altrove non c’è. Come quando ho scoperto lo yoga: cercavo di mettere insieme mobilità e meditazione, crescita fisica e spiritualità. Nella mia famiglia nessuno ha giocato a rugby. Mi hanno fatto provare il calcio, il judo, la boxe, il tennis. Il rugby mi ha affascinato subito. Da bambino ho amato il rapporto con i compagni, in campo ho trovato velocità, spazi, tanti spazi liberi, e il contatto fisico. Nel judo c’è contatto senza spazi, nel calcio ci sono gli spazi ma non è quasi previsto il contatto. Mi sono tenuto il rugby». Dove, a essere pedanti, lei è pressoché un’eccezione: uno e settantasette di altezza, ottanta chili scarsi. Non ha paura prima della partita, o quando si ritrova di fronte un treno umano che pesa trenta chili di più? «Ho sempre paura. Di andare male, non di farmi male. Di non essere all’altezza della responsabilità. Di non essere utile ai compagni. E non ho bisogno di rituali per esorcizzare questa paura. La paura è una cosa buona». Il ct ha indicato quattro capitani, cosa insolita. Lei però non è stato inserito nel club. «Oh, ma quella è una cosa per il pubblico. Nello spogliatoio sappiamo benissimo chi sono i nostri leader. Non ci serve una lista». È stato invitato al Maradona, o al centro sportivo del Napoli? «Non ancora. Spero in futuro. Magari a fine stagione, per il prossimo scudetto». Yoga, e poi? «Un mucchio di cose. Studio economia, leggo giornali e libri. Sono alle prese con “Il principe” di Machiavelli, bello duro, eh? Dipingo, ma non faccio vedere in giro i miei quadri: meglio mantenerci intorno un po’ di mistero. Gioco alla Playstation con la mia fidanzata. E insieme passiamo anche il tempo con il Lego: riproduciamo quadri di Van Gogh, ultimamente abbiamo realizzato un grande Dobby, l’elfo di Harry Potter. Nostro figlio Charles è impazzito». Capuozzo, ma in Francia riescono a pronunciare il suo cognome? «Malissimo, da sempre. In mille modi diversi, tutti sbagliati. Perfino in famiglia non ci si raccapezzano». © RIPRODUZIONE RISERVATA
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